
da pietroloconte.it
Un paio di settimane fa mi è capitato di recarmi, per lavoro, presso uno dei noti luoghi a rischio, per gli aspetti collegati al virus della “febbre suina”.
Sono stato in Texas e New Mexico lungo la lunghissima linea di confine con il Messico. Naturalmente le probabilità di contrarre la malattia erano estremamente remote ma non completamente nulle. Considerando che il primo focolaio è nato proprio in Messico e che tutti gli Italiani contagiati finora lo hanno contratto negli Stati Uniti, non posso negare che qualche timore alla vigilia c’era.
Contatti con i locali non ne ho avuti a parte qualche commesso di negozio o cameriere di ristorante, ma il rischio maggiore erano i contatti forzati durante gli spostamenti in aereo. Quando si è in volo non si può scegliere il campagno di sedile e l’aria che si respira è in comune con altri 200 o 300 sconosciuti.
A dire la verità, durante la mia permanenza negli States, raramente mi sono imbattuto nelle procedure per evitare il contagio. Inoltre, aspetto che in parte rassicurava me, ma sicuramente non chi mi stava accanto, era il fatto che già prima di partire avevo una noiosissima tosse, ormai cronica.
Durante il viaggio di ritorno, nella tratta da Dallas a Madrid, siamo stati avvisati che il governo spagnolo non avrebbe fatto sbarcare nessuno dal nostro aereo senza aver raccolto preventivamente i nostri dati e i nostri recapiti. Un vero e proprio picchetto, all’uscita dell’aereo fermava uno per uno, esaminava quanto avevamo scritto su un modulo prestampato in spagnolo e inglese, e ci autorizzava a sbarcare. Anche chi come noi era soltanto in transito, ha dovuto comunicare almeno un recapito telefonico.
Saliti finalmente sull’ultimo volo, da Madrid a Roma, ci è stato consegnato un nuovo modulo, questa volta scritto in italiano e inglese. Il modulo italiano era molto più dettagliato di quello spagnolo. Oltre ai dati relativi al nostro volo ed a quello precedente, oltre ai nostri recapiti in Italia, ci venivano chieste le nostre condizioni di salute, se avevamo febbre, tosse, sentivamo debolezza o altri sintomi. Il modulo, intestato Ministero della Salute, chiedeva all’autorità sanitaria dell’aeroporto di Roma di monitorare tutti i viaggiatori provenienti da Messico e Stati Uniti, per un periodo non inferiore a 7 giorni.
Naturalmente il modulo doveva essere compilato soltanto da chi, sul nostro volo da Madrid a Roma, proveniva dal continente americano. Ad occhio e croce, circa il 50% dei passeggeri del nostro volo ha chiesto ed ottenuto il modulo da compilare.
Nel compilare il modulo ho avuto un dubbio: dovevo dichiarare di avere la tosse o no? In fondo si trattava di qualcosa pregresso, che avevo da molto tempo, prima del viaggio di andata, quindi non era imputabile a virus americani. Tuttavia la tosse c’era, non potevo negarlo soprattutto se mi avessero controllato durante i famosi 7 giorni di quarantena. Confesso di non aver compilato la casella relativa, pronto a chiedere lumi a chi, come fatto a Madrid, avrebbe controllato quanto da me dichiarato.
Non nascondo, comunque, malgrado fossi in apparente difficoltà nell’adempiere il mio dovere di cittadino, di aver provato una certa soddisfazione. Confrontando il modulo spagnolo con quello italiano non c’erano paragoni, quello italiano era senza dubbio più professionale e completo. Dava senz’altro una maggiore sensazione di sicurezza.
Soddisfazione che, purtroppo, è durata pochi minuti. Appena atterrati a Roma, siamo scesi dall’aereo e nessuno, dico nessuno, si è sognato di raccogliere quei moduli che tanto ci avevano preoccupati e fatto perdere qualche minuto del nostro tempo e qualche neurone del nostro cervello. Siamo rimasti tutti così, attoniti, con lo sguardo da perfetti ebeti e un foglio in mano, mentre ci allontanavamo sconsolati dall’aeromobile, poi dal gate, quindi dal terminal e infine dall’aeroporto.
Arrivato a casa per qualche ora ho continuato a cercare di convincermi che forse non c’era stato bisogno di consegnare il modulo perché i dati dei viaggiatori di tutti i voli vengono comunque registrati. Magari entro 7 giorni qualcuno dall’aeroporto o dal Ministero della Salute avrebbe provato a contattarmi per assicurarsi sulle mie condizioni di salute… povero illuso.
Ho ancora in borsa quel foglio… non c’è dubbio, sono tornato in Italia.